Vietato dire “non ce la faccio”.

La scena è quella vista molte volte, magari davanti all’esercizio di provare una capriola, altre volte di fronte un tatami per una gara o durante l’esecuzione di un kata. Il bambino si ferma, si blocca, e dice: non ce la faccio, non ci riesco. Una scelta si para davanti, una scelta cui non si riesce a dar seguito, la conseguenza è la non azione. Quello stop è naturale per molti versi, ma non porta frutto, non verifica la possibilità di andare oltre e testare i propri limiti e con essi le possibili risorse e risposte conseguenti. Il limite deve diventare lo stimolo non la paura dell’insuccesso.

Per questa ragione nel nostro dojo una delle prime cose che abbiamo affisso alla parete sei anni fa era questa:

Vietato dire “non ce la faccio”.

Un’espressione banale come “non ce la faccio” ha il potere di impedire alle persone di realizzare i propri sogni.

In realtà, con l’impegno e la costanza, le cose che non si riescono a fare sono pochissime.

“Non ce la faccio” è il blocco mentale che usiamo per convincerci ad arrenderci.”

Può sembrare un bell’aforisma che fa scena, ma l’altra sera, un bambino, uno di quelli più vivaci, davanti al blocco di un suo compagno, gli si è avvicinato dolcemente e gli ha detto: “non avere paura, provare è importante per migliorare.”

In quel momento ho avuto uno di quei premi che mi rendono felice di fare ciò che faccio, ho avuto la conferma che nel nostro dojo non si costruisce solo il karateka, ma molto di più: l’uomo o se preferite, un piccolo uomo che cresce e sa crescere.