Cosa facciamo?

Il Karate o l’Aikido sono delle attività che difficilmente trovano una collocazione di paragone con altri sport, se si tenta di farlo bisogna per forza rimanere generici e limitarsi a dire che è una realtà prettamente individuale con i pregi e difetti che questo comporta.

Ambedue infatti, hanno una radice marziale che ha come fondamento il miglioramento tecnico che parte da dentro piuttosto che nel confronto di gara (gara normata). La limatura del movimento, fino alla ricerca di una perfezione che deve sposare non solo l’efficacia, ma anche la singolarità di chi lo esegue, poiché se la tecnica ha i suoi parametri, ogni parametro deve adattarsi a chi lo esegue. Una breve introduzione può essere tuttavia utile per indicare a chi desidera avviarsi alla scoperta di queste discipline, ed è l’intento di queste tre brevi sintesi (Karate e bambini, Karate e adulti e Aikido) che pubblicheremo in breve sequenza. Vorremo poter rispondere chiaramente alla domanda più semplice: cosa di fa? E perché?

 

 

Il Karate:

 

I corsi di Karate si distinguono da subito in tre sezioni:

 

La prima riguarda i bambini più piccoli che vanno dai 4/ 5 anni ai 6/ 7. Questa fascia ha due prerogative: il gioco e la coordinazione. Il gioco è la maniera con cui i bambini comunicano, in esso si può vedere il loro grado di integrazione con i compagni e il loro livello di maturità motoria. Il gioco consente un dialogo informale e senza filtri che introduce a quel rapporto di fiducia tra chi pratica e chi insegna. La formalità in un bambino è qualcosa d’innaturale, il Karate insegna la fluidità non la rigidità.

 

La durata degli allenamenti non supera i 45 minuti e in esso ci sono quattro spazi: gioco relazione, gioco coordinazione, karate e respirazione.

 

Quanto appena accennato non deve far pensare che non vi sia la così detta “disciplina”, essere liberi di esprimersi non significa eludere il concetto di freno, di limite, ciò che non ha limite è pericoloso.

Per cui nel dojo si lavora lasciando ai più piccoli la libertà del gioco, ma ponendo allo stesso tempo quattro punti cardinali che si chiede loro di rispettare con un atteggiamento adeguato: mentre si fa il saluto, durante esercizi guidati di respirazione, quando si imparano delle posizioni tecniche e il rispetto dei compagni. In tal modo si passa dalla spontaneità al sapersi fermare in maniera motivata e soprattutto decidendo di farlo, senza che venga imposto da fuori. L’insieme da come risultato un equilibrio che tiene conto dell’età e della soggettività unica di ogni bambino. Non vogliamo dei piccoli samurai in serie, ma dei bambini che decidano di volersi mettere in gioco e crescere come persone e come karateki.

 

La coordinazione. Anche qui il gioco resta centrale. Possiamo decidere di far far loro degli esercizi specifici, ma per loro incomprensibili (Perché dovrebbe farlo? È una domanda guida per chi insegna). La motivazione a compiere determinati percorsi prende spunto dal gioco, se loro si divertono e si alternano, ogni esercizio si trasforma in un alchimia che trasforma la frase detta in modo annoiato: che esercizio facciamo? In un entusiastico: a cosa giochiamo?!.

La coordinazione motoria è la base sulla quale porre il Karate o qualsiasi attività sportiva futura.

 

Il Karate in termini tecnici è proposto ai più piccoli in maniera estremamente limitata, le basi minime. Gli obiettivi preminenti sono altri e parlo di fiducia in sé stessi, relazione con gli altri, rispetto, potenzialità e limiti. Il resto seguirà con la loro maturazione.

 

Le gare sono un momento di confronto non di esasperazione agonistica. Prima di tutto non c’è coercizione, viene chi se la sente di mettersi in gioco; subito dopo si cambia prospettiva togliendo basi di tensione, si va in gara per divertirsi; l’obiettivo più alto sta nel dare il meglio di sé, essere prima di tutto soddisfatti dentro, se poi arriva anche la medaglia bene, altrimenti le occasioni non mancheranno. L’impegno profuso è il metro di misura di quanto espresso. Ultimo punto, non scontato: i bambini vanno accompagnati sempre, hanno bisogno di un riferimento stabile nella persona e nello spazio, in tal modo la gara, per molti stressante, diventa una festa e molto spesso anche proficua. Nelle foto i bambini sorridono a prescindere dalla medaglia.